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20.05
17/18/19 e 20 MAGGIO ESCURSIONE ALLE TRE CIME DI LAVAREDO E DIGA DEL VAJONT(prima parte)
Categoria: NEWSPOST segnalato da Golfotrek
17/18/19 e 20 MAGGIO ESCURSIONE ALLE TRE CIME DI LAVAREDO E DIGA DEL VAJONT(prima parte)

Cari amici di GolfoTrek, come sapete le descrizioni delle escursioni di GolfoTrek sono sempre state piuttosto brevi, ma questa volta vista l'intensità delle emozioni vissute da ognuno di noi in queste quattro giornate, abbiamo deciso di dare la giusta importanza ai luoghi visitati creando una sorta di diario di viaggio. Prendentevi 5 minuti per leggere.

DIGA DEL VAJONT
Un viaggio di circa mille chilometri e aspettare gli ultimi 800 metri per poterla vedere. Ad un tratto è lì, si affaccia in una stretta gola tra le montagne del Veneto. Inizialmente solo uno scorcio poi, piano piano, appena ci troviamo in linea con la gola, la vediamo in tutta la sua grandezza. È la diga del Vajont.
Ci dirigiamo in albergo, con una strana emozione che decidiamo di lasciarci alle spalle almeno per stasera. Domani avremo tutto il tempo di capire, di osservare, di memorizzare i fatti e le storie.
Partiamo presto, tutti un po' eccitati, ridiamo e scherziamo tra di noi, come facciamo sempre nei nostri viaggi. Abbiamo voglia di montagna, di alberi, ghiaia sotto i piedi. Abbiamo fame di ascoltare storie e racconti, di esplorare parte del nostro paese che ci è sconosciuta. Affrontiamo una salita piena di tornanti, attraversiamo una galleria scavata nella roccia, con alcune aperture laterali che ci riportano alla luce e dopo poco siamo lì, affianco alla chiesetta ricostruita per commemorare le vittime, porta d'ingresso alla diga.
Scendiamo dal Pullman già cambiati nello stato d'animo, sappiamo che tra poco la vedremo in tutta la sua interezza, in tutta la sua tragicità fatta di estremo sviluppo tecnologico e dolore.
Attraversiamo lentamente il passaggio che ci porta verso la diga e leggiamo i nomi dei bambini e delle bambine che in quella sera persero la vita. Sono tutti scritti su bandierine bagnate dalla pioggia e lisate dal vento, una dietro l'altra, cognomi uguali, età diverse. Fratelli, sorelle, cugini, intere generazioni spazzate via in pochi secondi. Arriviamo alla chiesa in silenzio.
Antonio è con noi, la nostra guida. Inizia il suo racconto, accurato, pieno di date, di episodi, di fatti storici. In un attimo ci porta in questo percorso di memoria con sé e a questo punto il silenzio è totale.
Ci avviamo sul sentiero ferrato che porta al camminamento sulla diga e ad un tratto, dopo una semicurva è lì, più piccola di quello che ci aspettavamo, poi capiremo il perché.
Un perfetto lavoro di ingegneria, una delle dighe più alte al mondo all'epoca della sua costruzione. Migliaia di metri cubi di calcestruzzo tenuti insieme dal genio ingegneristico di questo paese. Eppure il Vajont evoca in tutti noi una tragedia che è diventata memoria nazionale. Quasi duemila vittime in poco più di cinque minuti. Duemila storie spazzate via dalla furia delle acque. Una strage avvenuta “non per incuria, ma per colpa”, come riporta un cartello che abbiamo letto alla fine dell'elenco dei nomi.
Sul disastro del Vajont abbiamo tutti letto molto e visto rappresentazioni teatrali, documentari, abbiamo sentito racconti, ma niente è più impressionante che ritrovarsi sulla diga, sapere di dover camminare sulla frana, percepire direttamente l'immensità di un fronte di roccia che si stacca per oltre due chilometri e precipita ad una velocità di 120km orari verso l'invaso sottostante, alzando un'onda di oltre 200 metri che nei primi 60 secondi ha già cancellato l'esistenza di 40 persone e nei minuti successivi segnerà per sempre la storia d'Italia.
Le domande sono tante, Antonio risponde pazientemente, anche se lo costringiamo ad anticipare pezzi di racconto che avrebbe voluto trasferirci dopo. Abbiamo fame di memoria, di conoscenza, vogliamo sapere perché è successo, come è stato possibile, perché non ci si attivò per evacuare Longarone. Ma alla fine sono domande che non hanno una vera risposta. La storia è andata così.
Attraversiamo la diga in fila indiana e solo quando siamo quasi al centro ci rendiamo conto della sua maestosità. Dal lato della valle la diga è in tutta la sua interezza e si affaccia in una gola che si restringe e che causò allora l'accelerazione dell'acqua che schiantandosi nel Piave scavò una fossa profonda oltre 50 metri. Il lato della diga che affaccia verso il torrente Vajont è più corto, molto più corto. La maggior parte di quella straordinaria costruzione è sepolta sotto uno spesso strato di roccia e detriti che si innalza anche oltre la linea della diga in una collina ricoperta da alberi. Lì iniziamo a comprendere quanto sia stata grande la frana, che massa di materiali si sia staccata dal Monte Toc e sia scivolata verso valle.
Antonio continua il suo racconto intervallando dati tecnici e racconti e lentamente ci avviamo verso il sentiero che attraverso la frana. Dobbiamo raggiungere la sua sommità per poter osservare il Monte Toc e la sua frattura, Antonio ci vuole portare lì, noi vogliamo andare lì. Lungo il cammino enormi pezzi di calcestruzzo, memoria di una strada che costeggiava il Monte Toc e che ora è sepolta come tutto quello che c'era prima del disastro.
Deviamo di poche decine di metri, dobbiamo necessariamente osservare come la natura abbia reagito alla frana e ci inoltriamo nel bosco. Lì, a fianco di abeti maestosi che si stagliano dritti verso l'alto ci sono alberi curvi in basso e dritti in alto. Insieme alla roccia e ai sedimenti sovrastanti anche gli alberi hanno subito lo scivolamento verso valle e più di 50 anni fa si sono piegati, ma la natura è stata più forte e la voglia di luce e di aria li ha costretti a vivere, portando su di sé i segni del tempo, di quando erano aggrappati ad un lato di una montagna profondamente instabile.
Ritorniamo sul sentiero e in pochi minuti siamo su, nel punto più alto. Sotto i nostri piedi centinaia di metri di terra, di fronte a noi una ferita lunga due chilometri che dalla diga si inerpica verso le montagne, quasi a perdita d'occhio. È una ferita profonda, ancora viva e, forse, solo in quel momento ci rendiamo conto della vera immensità della massa che si è spostata.
Ritorniamo verso il pullman, camminando sempre sulla frana, qui tutto quello che vediamo fa parte della frana.
Decidiamo di andare verso il cimitero delle vittime, ci sembra quasi un atto di rispetto dovuto. È una struttura moderna, quasi un sacrario. Le lapidi sono piccoli parallelepipedi di marmo bianco, tutti allineati in decine di file. Leggere i nomi è impressionante, intere famiglie, padre, madre e figli, lì uno di fianco all'altro e di fianco ad altre famiglie completamente cancellate.
Nella chiesa ancora i nomi e le foto del prima e del dopo. Nel museo i resti di vita quotidiana recuperati dal fango, una carcassa di una macchina, orologi, posate, simbolo di una normalità spezzata. È surreale trovarsi in un posto che non avrebbe dovuto esistere ma che la colpa e non l'incuria hanno generato.




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